lunedì 22 maggio 2017

Notte buia


                                                                      (foto dal web)


Quella sera il freddo era pungente. In trincea nessuno ricordava più cosa fosse un decente pasto caldo e commestibile, consumato davanti a un camino acceso.
 I suoi uomini erano sfiniti dalla stanchezza infreddoliti e sfiduciati. Pensò che davanti a quello sfacelo non poteva arrendersi. Non era nel suo carattere abbandonarsi al destino. Gli era stato insegnato sin da piccolo che qualunque difficoltà deve essere affrontata.
Vide passare veloce e sfuggente un ratto. Ormai nessuno di loro faceva più caso neppure ai topi.
Doveva essere coraggioso, far capire ai suoi uomini che lui era convinto che avrebbero avuto la possibilità di salvarsi. Sarebbero potuti arrivare alla trincea del nemico che era poco distante dalla loro, sorprendere le sentinelle e massacrarle tutte.
Ci voleva coraggio e lui doveva averlo anche  per tutti quei ragazzi che gli erano stati affidati e che aveva intenzione di far tornare a casa sani e salvi.

Si schiarì la voce e iniziò a dare istruzioni dettagliate, ordinando ai suoi uomini di prepararsi ad attaccare il nemico non appena la luna fosse oscurata dalle nuvole.


                                                             Azzurrocielo


2 commenti:

  1. Bello come incipit di un suspence.
    Ma non posso correrti dietro, perché parli di trincea e sono tanti i racconti fattimi da mio papà fin da quando ero piccolissimo, lui che in trincea c'era stato a Conca di Plez.
    Era un ardito, oggi si chiamerebbe un commandos, ma la parola ardito rende meglio l'idea. Facevano le cose più sconsiderate gli arditi e riuscivano quasi sempre a sorprendere i nemici.
    In quel periodo avevano di fronte due compagnie busniache. "Gente disperata, decisa a tutto, che odiavano noi arditi per via che usavamo seghettare la baionetta, che in quel modo una volta entrata riusciva strappando tutto e provocando grandi sofferenze e la morte sicura"
    Una notte sul far dell'alba un suo sergente lo chiamò. "Ci sono da tagliare reticolati. Tenaglie e baionetta, niente fucile"
    Mio padre andò a prepararsi, quando un suo amico, civitavecchiese anche lui, lo chiamò. "Iacopò, tu ciai diciannove anni, dammi quella baionetta e prendi questa che è pulita -e gli cambiò la baionetta seghettata con una normale- non si sa mai e se quelli ti prendono con quella baionetta ti ammazzano"
    Poco dopo stavano lui e il sergente immersi nel loro lavoro a nemmeno cento metri dalla trincea nemica. Qualcuno li vide e tirò una granata. Mio padre fu ferito ad una coscia da una scheggia. Anche il sergente. Sbucati dal nulla soldati bosniaci li catturarono. Subito estrassero le loro baionette. Quella del sergente era seghettata. Lo massacrarono con la sua stessa baionetta. Mio padre diceva di non poter ancora dimenticare le urla di quel disgraziato. Quando però tirarono fuori la sua videro che era normale. Questo gli dsalvò la vita. "Mi portarono nella loro trincea a calci in culo, ma vivo". Tante volte penso a quell'amico di mio padre, che certamente se lo sentiva e che permise a me di venire al mondo. A volte la vita è una gran carogna, a volte una fata.

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  2. io non ho avuto racconti diretti, mio nonno è stato in trincea ma è morto che ero piccola ed era anziano, qualche racconto me lo ha lasciato mia mamma. Lui scavava le trincee. Grazie della tua testimonianza

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