mercoledì 8 giugno 2016

La casa sul lago



Improvvisamente il vento iniziò a sibilare dalle piccole fessure della finestra.
Pensò che presto sarebbe scoppiato un temporale.
Si alzò dalla poltrona nella quale si era accucciata con un libro in mano e si avvicinò al vetro guardando fuori. Il cielo era veramente minaccioso e non prometteva niente di buono.
Che dire, certo che aveva scelto proprio un bel momento per mettere un punto nella sua vita, andare a capo e ricominciare alla grande.
Un brivido di inquietudine la percorse dalla schiena ai piedi: un rapporto sentimentale malato al quale era riuscita mettere la parola fine, un impiego fisso perduto ma, tanta voglia di ricominciare a vivere.
Perciò aveva pensato di trascorrere qualche giorno sola con se stessa, immersa nella natura, nella casa dove, da piccola, aveva passato tante vacanze spensierate.
Si voltò a guardare alla base del camino quanta legna c'era.
"sì, dovrebbe bastare per questa notte e anche per domattina" pensò.
Non aveva proprio nessuna intenzione di uscire e arrivare fino alla legnaia con quel tempo .
All'improvviso sentì sbattere una porta, voltò la testa di scatto verso la cucina e, nei tre secondi che seguirono il rumore secco, cercò di trovare una spiegazione .
" ah, il gancio !" Doveva farlo assolutamente aggiustare al più presto.
Quella stessa mattina appena era arrivata notò che la porta di legno esterna a quella a vetri della cucina sembrava saldamente agganciata ma, in realtà, con una leggera pressione si sganciava dal perno del cardine e avrebbe potuto essere aperta anche con poco più di una leggera folata di vento.
Pensò che per la notte sarebbe stato sufficiente bloccarla con un paletto e il giorno successivo avrebbe trovato una soluzione meno precaria.
Gettò lo sguardo sul lago poco distante e vide che il forte vento faceva increspare l' acqua.
Si sedette di fronte al caminetto acceso e riattizzò il fuoco perchè non si spegnesse.
Prese in mano il cellulare per chiamare un'amica, ma constatò che non c'era campo. Le comunicazioni in quel posto sperduto non erano sempre attive.

La pendola scoccò le ventuno e trenta.

Si alzò a preparare una tisana bollente e, nel camminare,  una vecchia asse di legno del pavimento traballò sotto al tappeto . Ok. Era da aggiungere alla lista dei lavori da fare : controllare e sistemare le assi del pavimento e, con l'occasione magari chiudere anche quella nicchia che, da lì, portava sotto la casa. L'avevano  scoperta i suoi genitori poco dopo l'acquisto dell'edificio e avevano pensato che , chi l'aveva progettata l'avesse pensata per sfruttare lo spazio tra le fondamenta e il pavimento, come ripostiglio o forse,  per riporre le provviste al fresco.

La pendola del soggiorno batté le ventidue.

Fu proprio in quell'istante che sentì distintamente dei passi fuori dalla porta, pesanti, lenti, che le davano l'impressione di una pausa utilizzata per pensare tra un passo e l'altro.
Il cuore iniziò a battere disordinatamente all'impazzata.
Cercò di convincersi che potesse essere qualche animale selvatico in cerca di cibo o di un riparo.
Sentì il vento che scuoteva con violenza le fronde degli alberi.
Di nuovo.
Quei passi.
Lì sentì fermarsi dietro la porta della veranda sotto il portico.
Immaginò che chiunque o qualunque cosa fosse, stesse pensando di aprire la porta.
Pensare. Pensare. pensare.
Ricordare. Ricordare se aveva chiuso con chiave e chiavistello.
Dannazione, avrebbe dovuto chiudere le persiane. Corse in cucina dove vide che quel maledetto perno della porta aveva ceduto e ora rimaneva a proteggerla dal mondo esterno solo una banalissima porta a vetri.
Non  riusciva a pensare con lucidità, la paura non la fece gridare perché aveva la gola secca, si guardò attorno per cercare una soluzione che fosse veloce e che la proteggesse.
Le vennero in mente le assi del pavimento sotto al tappeto, la botola e la nicchia sufficientemente ampia da offrirle rifugio. Più in fretta che poté si infilò nella nicchia richiudendo sopra di sé le assi.
Rimase in attesa: Il silenzio era forse anche più terrificante del rumore dei passi sentiti prima.
Quell'aspettare senza sapere cosa sarebbe successo, era logorante.
Aspettare. Aspettare. Senza fretta. Aspettare.
Lì, nascosta non si rese conto di quanto tempo fosse trascorso.
Tese l'orecchio per cercare di sentire ancora quei passi lenti e cadenzati.
Silenzio. Silenzio. Silenzio.
Dopo un tempo che le parve sufficientemente lungo per sentirsi rassicurata,  lasciò la nicchia.

La pendola suonò le ventiquattro

Dalla poltrona nella quale si era rannicchiata si stiracchiò le braccia e la schiena.
Si era addormentata e aveva fatto un sogno un bel pò inquietante... le vennero i brividi nel ricordare la paura e il terrore provati nel suo incubo.
Il fuoco si stava spegnendo, cercò di rianimarlo aggiungendo qualche tronchetto.
Si risistemò sulla poltrona, ormai il sonno le era passato ma, fu in quel preciso momento che il sangue le si raggelò nelle vene perché sentì distintamente dei lenti, cadenzati , pesanti passi sulla veranda

Azzurrocielo


4 commenti:

  1. Incubo o realtà? e chi lo sa! A volte i sogni sembrano reali, a volte è la realtà a sembrare sogno.
    In questo caso però...
    Bel racconto Azzurro cielo!

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  2. Non avevo pensato ad un incubo, ma a pura realtà.

    Complimenti per come scrivi...

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